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Lui & Lei

Layla e il suo sogno erotico


di Occhidimare12
05.08.2026    |    194    |    4 6.0
"Layla gli cucinava piatti iraniani nella piccola cucina della galleria: ghormeh sabzi, fesenjan, chelo kebab e zafferano messo nel riso..."

Layla aveva trentadue anni quando arrivò a Monteluce.
Era minuta, ma con le spalle dritte di chi ha portato da sola due valigie, un tappeto arrotolato e una vita passata diversa da quella da doversi rifare ora. Pelle olivastra, calda. Un neo piccolo sullo zigomo sinistro. I capelli neri, lisci e lucidi come seta li teneva su con una matita. Il grembiule di lino beige era già una mappa di schizzi: turchese, ottanio, oro, bronzo e rame.
Al collo portava sempre un filo sottile con un ciondolo: una mano di Fatima in argento. Diceva che teneva lontano le negatività e proprio dalle negatività di una guerra era riuscita a fuggire in tempo. Lasciandosi dietro, però, un mondo troppo bello per essere dimenticato o sostituito.
Le mani sapevano di trementina, tè alla menta e olio di rosa. Quando versava il colore le si muovevano lente, come in un rito.
Monteluce, un paesino in Umbria con non più di mille anime, un bar, una chiesa e le serrande che si abbassano alle otto.
Lei era arrivata dall’Iran, tre anni prima, circa. Da Teheran, era partita senza dire addio a niente e a nessuno. Il cuore le era rimasto nel deserto di Kashan, dove era nata, tra le dune e la sabbia rossa che ti rimangono nella mente come un dipinto di cui entri a fare parte semplicemente nascendo lì. Sua nonna le insegnava a leggere i tappeti: "Ogni nodo è una preghiera. Ogni colore è un pianeta".
In Iran non tesseva, di nascosto dipingeva. Quadri grandi, liquidi, che colavano. Corpi di colore che si toccavano, si aprivano, colavano giù come sabbia bagnata. Li faceva con la tecnica della liquid art. Versava il colore e lo lasciava respirare, come si fa con le stelle.
"È haram" le avevano detto a casa. "È proibito. È peccato".
Perché dipingere così era "troppo lasciavo". Perché i colori si offrivano. Perché una donna non doveva mostrare il corpo, nemmeno se fatto di vernice. Perché accendeva i sensi. Incensi e la magia nei nodi dei tappeti. "Troppa libertà" dicevano.
In molte epoche l’arte era preclusa alle donne perché considerata peccaminosa. E a lei avevano insegnato che anche solo desiderare di creare era una colpa.
Nella valigia mise i pennelli, il ciondolo della nonna e un pezzo del tappeto di casa. Quello rosso, con i motivi blu. Diceva che le avrebbe portato fortuna.
Scappava da una realtà asfittica e limitativa. Il suo sogno, da sempre, era uno solo: vivere di arte.
A Monteluce affittò un locale vuoto in uno dei vicoli antichi. Era stato una ferramenta. E ancora si poteva annusare nell'aria l'odore di colla e truciolato.
Ci stese per terra quel pezzo di tappeto persiano. Ci mise sopra una scritta a mano: "GALLERIA d'arte LAYLA".
La gente entrava per curiosità. Usciva senza comprare.
"È vernice normale?".
"Mia nipote lo fa meglio".
Layla sorrideva, offriva tè alla menta in bicchierini di vetro e spiegava con voce bassa:
"Questo è il mio deserto. Questo è il giorno in cui ho lasciato casa. Questo è il cielo di notte sopra Kashan".
Annusavano, annuivano, e uscivano.
La sera chiudeva, metteva musica persiana bassa e accendeva un bastoncino d’incenso. Il pavimento era tutto macchiato. Sembrava un arcobaleno caduto e calpestato a piedi nudi. Il pezzo di tappeto era l’unica cosa pulita: rossa, con simboli antichi che nessuno capiva.
Passarono due anni così.
Poi arrivò un mercoledì di ottobre.
Pioveva.
Entrò un uomo alto, tanto da doversi chinare sotto lo stipite. Una quarantina d’anni. Cappotto bagnato color cammello, gocce sui capelli biondo scuro. Dietro occhiali tondi, occhi grigio-azzurri che guardavano intorno attentamente. Si chiamava Daan. Veniva da Rotterdam. Curatore di mostre.
Si tolse le scarpe prima di entrare. "Per rispetto del tappeto" disse.
Girò con lentezza tipica di chi guarda per comprendere. Si fermò davanti a "Esilio", tre metri di blu oltremare e rame che colava come lava. Poi si fermò davanti al quadro più piccolo, nell’angolo. Tutto rosso, nero e oro. Colava giù lento, dalle anche, dai fianchi di una figura femminile appena tratteggiata. Evocata attraverso la sinuosità.
"Questo" disse piano "mi è sembrato erotico. Non per quello che mostra. Per come respira. Per come si offre".
Layla sentì il sangue salirle al collo. Quel quadro l’aveva fatto la notte di luna nuova, dopo aver bruciato salvia. L’aveva fatto nuda sotto le lenzuola, col rimpianto addosso.
"Quanto per tutti" chiese lui.
"Tutti".
"Tutti. Li voglio tutti".
Fece il bonifico istantaneo con le mani grandi, un po’ di anelli alle dita. Al polso portava un bracciale di corda, con un piccolo occhio turchese. Anche lui credeva al malocchio.?
"Li lascio qui fino a venerdì. Voglio rivederli".
Il giovedì tornò. Si sedette per terra sul tappeto, nel mezzo della galleria vuota. Layla gli versò il tè alla menta. Stettero vicini, le ginocchia quasi a toccarsi. L’incenso faceva fumo tra di loro.
Ogni volta che si guardavano negli occhi facevano l’amore senza sfiorarsi.
"Perché li hai comprati tutti?".
"Perché qui dentro c’è qualcuno che non ha paura di mostrarsi" disse Daan. "Che dipinge come si leggono i tarocchi. Che trasforma il deserto in colore. In un posto dove nessuno capisce l’arte, è la cosa più sensuale e sacra che abbia mai visto".
Layla arrossì. Si toccò la mano di Fatima. "Quello che ha fatto lei... mi è sembrato un atto d’amore".
Due settimane dopo: "Vieni a Rotterdam? Ti faccio vedere dove vivono i tuoi quadri".
Andarono. In treno. Poi in bicicletta.
Daan pedalava davanti, la schiena dritta. Lei dietro, i capelli lucidi che le volavano e il ciondolo che le batteva sul petto. Rotterdam era canali, fiori ai balconi, poesie attaccate agli alberi con lo spago.
La sera andavano in un negozio di tappeti antichi. Daan le faceva toccare i nodi. "Senti? Ogni tappeto ha la memoria di chi l’ha fatto".
Lei gli regalò il suo bracciale di perline blu. Lui se lo mise al polso come un talismano.
Da lì iniziarono a viaggiare spesso. Insieme.
Mangiarono cose della cucina etnica di tutto il mondo. Layla gli cucinava piatti iraniani nella piccola cucina della galleria: ghormeh sabzi, fesenjan, chelo kebab e zafferano messo nel riso. Lui portava formaggi olandesi e pane nero. Stavano seduti per terra sul tappeto, mangiavano con le mani e parlavano fino a tardi.
Dormivano in due letti separati.
Non si toccarono mai.
Ma tutto era erotico perché tutto era fuori dalla misera quotidianità. Era come in un sogno.
Era nel modo in cui lui le toglieva un filo di colore dalla guancia col pollice. Era nello stare mezz’ora davanti a "Esilio" senza parlare, con le mani quasi intrecciate.
Era eccitante. Più di un orgasmo. Perché era tutto trattenuto, tutto promesso, tutto rispettato. Come in un rito. In una promessa.
Tornarono a Monteluce.
Venerdì arrivò il camion e portò via le 23 tele. Lasciò solo le macchie sul pavimento e il pezzo di tappeto rosso.
Il sindaco: "E adesso che fai".
Layla indicò le pareti bianche. "Ricominci. Con altri colori. Con altri deserti".
Nei mesi dopo la gente cominciò a entrare. I bambini si sedevano sul tappeto a disegnare. Le donne le chiedevano della mano di Fatima. Il barista mise una stampa di "Esilio" nel bar, accanto a un rametto di rosmarino "per scacciare le cattive energie".
La GALLERIA LAYLA diventò famosa. Arrivavano da fuori per vedere i colori che colavano come preghiere.
Poi, a una certa, Layla si ammalò. Cancro.
Le caddero i capelli lucidi come seta. Continuava a dipingere lo stesso, col foulard in testa e il ciondolo della mano di Fatima al collo.
Una sera Daan le prese la mano. Non disse niente per un po’. Poi sussurrò:
"Ti prometto che terrò vivo il tuo ricordo. Attraverso i dipinti. Attraverso questa galleria. Attraverso ogni persona che entrerà e sentirà il tuo deserto".
Lei annuì. Sorrideva. "Il colore non muore. Trova sempre dove andare".
Layla se ne andò in primavera, quando i gerani tornarono ai balconi.
Daan mantenne la promessa.
Non chiuse. Allargò. Portò i suoi quadri nei musei, fece mostre, raccontò la storia del tappeto rosso e del tè alla menta.
Ogni tanto cucinava il fesenjan nella cucina della galleria e lo offriva a chi entrava. "Era il suo piatto" diceva.
Ogni tanto arrivava una foto vecchia da Rotterdam. I suoi quadri appesi. E una di loro due in bici, sotto un balcone di gerani. Daan davanti, lei dietro, il mento appoggiato quasi alla sua spalla.
L’ultima foto aveva una scritta dietro, di suo pugno:
"A Monteluce qualcuno ha capito che il colore, come il deserto, se lo lasci cadere trova sempre dove andare. E che l’erotismo a volte è: due persone che leggono lo stesso tappeto, e trattengono il fiato".
Daan la tiene sopra la porta.
Accanto all'insegna.
La galleria adesso non è più vuota. Perché è piena del suo sogno a colori. Del sogno a colori di lei che aveva sempre desiderato vivere di arte fuggendo dalla prigionia, dei nodi dei tappeti, dei gioielli che proteggono, dei profumi di zafferano e tè, e di tutto quello che non hanno detto, ma hanno sentito.
"Per Layla. Il colore non muore".
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